La notte del falò: Sant’Antonio Abate e il fuoco che unisce Savigno
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A Savigno, come in molte zone d’Italia, la notte tra il 16 e il 17 gennaio non è una notte qualunque. È la notte di Sant’Antonio Abate, il santo del fuoco, degli animali, delle stalle
e delle cose semplici che tengono insieme una comunità.
Quando il sole tramonta e l’aria diventa più pungente, qualcosa si accende.
Non solo un falò, ma un rito antico, che parla di protezione, di speranza e di un nuovo inizio.
Un fuoco che viene da lontano
Prima ancora del Cristianesimo, accendere fuochi in pieno inverno era un gesto di sopravvivenza e di fiducia. Serviva a scacciare il freddo, ad allontanare le paure, a richiamare il sole e ad augurare fertilità alla terra.
Il fuoco era purificazione, luce, promessa.
Con il tempo, questi riti antichi si sono intrecciati alla figura di Sant’Antonio Abate, diventato protettore degli animali e delle stalle, così centrali nella vita contadina.
Una leggenda racconta che Sant’Antonio scese negli inferi e rubò una scintilla di fuoco per donarla agli uomini, accendendo il suo bastone e riportando calore dove c’era sofferenza.
Da allora, il fuoco non è solo elemento naturale, ma simbolo di cura, protezione e rinascita.
La tradizione a Savigno: il falò come gesto comunitario
Qui da noi, il falò di Sant’Antonio non è mai stato uno spettacolo, ma un momento condiviso.
Un tempo, il prete passava di casa in casa per benedire gli animali: maiali, galline, cavalli, mucche. Un gesto semplice, ma carico di significato.
La sera prima, nelle aie e nei campi, si accendevano grandi falò. Ogni famiglia faceva il suo, e spesso si scherzava su quale fosse il più alto, il più luminoso, il più bello. Ci si ritrovava attorno al fuoco per raccontare storie, scaldarsi le mani, guardare le fiamme salire nel buio. Era un modo per dirsi: siamo qui, insieme, anche quest’anno.
Gesti, riti e desideri
In alcune tradizioni, si gira intorno al falò, si osserva la direzione del fumo, si affidano alle fiamme piccoli pensieri o desideri scritti. Non per superstizione, ma per lasciare andare ciò che è stato e fare spazio a ciò che verrà. Il fuoco non cancella: trasforma.
I sapori del falò: cibo semplice, cibo che scalda
E come ogni festa che si rispetti, anche quella di Sant’Antonio aveva i suoi sapori. Nelle cucine si preparavano piatti umili e sostanziosi: una polenta fumante con il ragù, capace di scaldare il corpo e l’anima, e le frittelle di mele, simbolo di abbondanza. Non era un caso. Dal 7 gennaio iniziava già il tempo del Carnevale, e questi dolci cominciavano a comparire come promessa di festa. Cibo vero, condiviso, mangiato insieme, spesso in piedi,
con le mani ancora fredde e il viso arrossato dal fuoco.
Un rito che parla ancora a noi
Oggi, il falò di Sant’Antonio ci ricorda qualcosa di prezioso. Che non servono grandi eventi per sentirsi parte di un luogo. Che le tradizioni non sono nostalgia, ma radici vive. Accendere un fuoco insieme è un modo per guardare avanti senza dimenticare da dove veniamo. E forse, in un tempo che corre, questo è il dono più grande.
🔥 Hai mai partecipato a un falò di Sant’Antonio?
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